La Chimica Delle Cose

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La seta

La seta è un prodotto tessile di origine animale. È prodotto da molte specie di farfalle della famiglia dei bombici, la più importante delle quali è la Bombyx Mori L. il cui bruco, il baco da seta, mangia le foglie del gelso bianco, morus alba.

L’utilizzo di questo filamento naturale per produrre tessuti ebbe inizio in Cina sotto la Dinastia Han, ovvero in un periodo fra il 202 a.C. e il 220 d.C. Alcune fonti tuttavia retrocedono questa conoscenza addirittura al terzo millennio prima di Cristo.

Gli antichi Greci nella loro epoca classica e i Romani per tutta l’epoca repubblicana non conobbero la seta, che poi però si diffuse dalla Cina come prodotto di altissimo pregio e valore economico, attraverso antichissimi passaggi dalla Cina a Costantinopoli che formavano la famosa “via della seta”.

Da Costantinopoli la seta venne quindi trasportata in tutta Europa via nave. Scrittori latini del primo secolo dopo Cristo parlano di questo tessuto come di un prodotto carissimo ed importato dall’Oriente più lontano.

I Cinesi, da parte loro, custodivano i segreti della coltivazione dei bachi e della successiva produzione dei tessuti di seta come qualcosa di sacro, avendo compreso che con esso potevano ricavare molti soldi dai commerci con l’occidente.

Qualcosa ovviamente passava, tanto che a Roma fu descritta come qualcosa che, in forma di filamenti, cresceva sulle foglie di alcuni alberi. Altri avevano intuito che doveva esserci coinvolto un insetto ma non avevano idee chiare su tutta la faccenda.

In Occidente i tessuti di seta cinese venivano spesso disfati per ottenere i fili di seta con cui poi, lavorando ai telai e intrecciandola con fili di lana o di lino, ottenevano tessuti in maggiore quantità anche se con un contenuto di seta ovviamente inferiore.

I bachi da seta,assieme ai segreti per ricavarne tessuti, arrivarono, probabilmente dalla regione di Khotan, a Costantinopoli attorno al 530 d.C., trasportati in gran segreto all’interno di bastoni cavi, da monaci agli ordini dell’Imperatore Giustiniano. Un’operazione di spionaggio industriale ante litteram coronato da pieno successo.

Ma anche dopo che la sericoltura fu introdotta in Occidente, continuarono i commerci di tessuti di seta dalla Cina almeno fino al dodicesimo secolo per la loro indiscutibile migliore qualità. Un esperto poteva facilmente distinguere la seta cinese da quella prodotta in Occidente.

Infatti i tessuti cinesi sono ad effetto di ordito, mentre quelli occidentali ad effetto di trama. L’effetto di ordito significa che nella tessitura prevalgono i pieni rispetto ai vuoti (intreccio pesante). L’effetto di trama invece è un intreccio leggero, con prevalenza di vuoti rispetto ai pieni.

Da Costantinopoli la produzione europea di seta si spostò nel decimo secolo in Spagna e successivamente, nel dodicesimo secolo, raggiunse l’Italia partendo dalla Sicilia.

L’Italia divenne il più importante centro di produzione europeo della seta,con centro la città di Lucca. La Francia e infine l’Inghilterra conobbero l’industria serica soltanto alla fine del medioevo.

Una volta estratte le uova dal baco, attraverso un delicato bagno caldo e salato, i cinesi mettevano grande cura nel trattare sia il baco che le uova, da cui ottenevano i bruchi produttori.

Questi venivano messi in apposite gabbie dove venivano regolarmente riforniti di foglie fresche di gelso bianco.

I cinesi separavano i bruchi da produzione da quelli da riproduzione, come si fa con animali domestici di maggiore taglia.

Ogni bruco, a tempo debito, produceva attraverso delle ghiandole, un materiale assai viscoso che a contatto con l’aria solidificava in fili. Il filo era avvolto nella forma finale dei bozzoli dai quali alla fine del periodo di muta sarebbe uscita la farfalla.

Durante lo sviluppo, gli artigiani separavano i bozzoli più adatti alle successive lavorazioni da quelli che apparivano ingarbugliati. Un chilo di bruchi poteva produrre fino a dodici chili di seta. I bozzoli venivano immersi in acqua bollente.

In questo modo il filamento tornava alquanto viscoso. Immergendo dei particolari bastoncini nei pentoloni, gli artigiani riuscivano a far aderire i filamenti di seta che così potevano essere tratti.

Questi fili erano avvolti su un aspo azionato da una rudimentale manovella e passati su una specie di telaio per l’asciugatura.

I filamenti di seta sono troppo sottili per essere avvolti singolarmente e così se ne riunivano in un unico filo da tre a otto. Anche i filamenti rotti venivano recuperati facendo attenzione, nell’operazione di riattaccatura con il resto del filo che questo non subisse improvvisi ed eccessivi cambiamenti di diametro.

Ogni operatore avvolgeva circa 450 grammi di filo di seta al giorno. La seta che invece non poteva essere filata con questo sistema perché i bozzoli erano troppo aggrovigliati o perché erano bucati, venivano filati come la lana e il cotone, ottenendo materiali di minor pregio.

I filamenti di seta sono formati da una proteina che si chiama fibroina, la stessa prodotta dai ragni per fare i fili delle loro tele. Il filo prodotto dai bachi ha una struttura definita seta I. Con la filatura le proteine di fibroina si assestano in un modo nuovo ed ordinato, favorendo cioè i legami fra varie parti del filamento originale, cosa che dà resistenza meccanica e elasticità alla nuova struttura definita seta II, che è poi quella che forma i fili dei tessuti.

Recentemente si è scoperta anche una nuova struttura della seta, detta seta III, che si produce all’interfaccia fra la seta e altre sostanze, come aria o acqua. Ha proprietà nuove che potranno essere utilizzate per materiali tessili altamente innovativi.

Nel filo di seta prodotto dal baco, due filamenti proteici di fibroina sono avvolti in un'altra proteina, la sericina. Questa seta si chiama seta grezza o cruda.

Per produrre i filati occorre passare dalla seta cruda a quella cosiddetta sgommata o cotta o purgata.

Questa si ottiene semplicemente liberando i due filamenti di fibroina dalla guaina di sericina. Il filamento risultante ha un aspetto cilindrico del diametro di circa 20 micron (millesimi di millimetro).

Esiste anche una seta souplé o addolcita nella quale lo strato esterno di sericina è stato rimosso soltanto in parte. Il filo della seta non ha un canale interno. In generale questa fibra è molto delicata, a volte troppo delicata per usi impegnativi.

Occorre dunque “caricare” la seta con altre sostanze. Questa operazione, ovviamente, fa recuperare alla seta il peso originale prima della sgommatura.

Se il peso recuperato è pari a quello perso nella sgommatura, la carica si chiama “alla pari”. Se si supera questo rapporto si hanno sete molto cariche che man mano diventano più pesanti ma anche meno resistenti alla trazione meccanica. Inoltre cariche eccessiva rendono più difficile la colorazione della fibra. In genere non si supera il 40-50% di carica oltre la parità.

Storicamente le prime cariche per la seta erano a base di glucosio (carica agli zuccheri). Si avevano ovviamente problemi con la pioggia e i lavaggi.

Successivamente si è passati a cariche minerali, immergendo prima i fili in soluzioni di cloruro di bario o di piombo. Queste soluzioni impregnavano le fibre in modo però non stabile. Serviva un ulteriore bagno in solfato di sodio che fissava la carica minerale alle fibre proteiche in modo stabile nel tempo.

Tuttavia la cosa durò poco perché in questo modo la seta perdeva lucentezza, una delle sue principali e più ricercate caratteristiche.

In seguito si è quindi passati a cariche a base di tannini vegetali o a sostanze minerali meno “aggressive” delle precedenti, come il cloruro stannico o a fosfati e silicati di sodio, che ridanno alla fibra il peso iniziale e anche il volume precedente alla sgommatura senza pregiudizio per le sue qualità estetiche e meccaniche.